Perché anche il teatro nella formazione di futuri maestri?

Gli allievi del terzo e ultimo anno, dopo aver esercitato il lavoro manuale e le arti della pittura, del disegno, della plastica, della musica, dell’euritmia, dell’arte della parola, terminano il loro cammino con l’arte teatrale, che riassume in sé tutte le altre. Non solo. Con essa si ottiene una conoscenza ancor più profonda del proprio corpo, della propria capacità di espressione, della propria sensibilità interiore, persino del proprio coraggio, e tutto ciò condurrà l’allievo a divenire quel maestro che sa porsi davanti ad una classe con la giusta e calda parola, il gesto significativo, la dedizione entusiasta dell’animo.

 

Quest’anno si è voluto rappresentare un testo molto difficile ma estremamente bello e significativo, soprattutto per il momento presente. Esso, raramente rappresentato in Italia, vuole risvegliare le forze più profonde della nostra autoconoscenza e della nostra reale capacità di amare l’altro, forze che sembrano attutirsi in una società spesso dedita maggiormente alla grossolanità dei sentimenti e alla malafede della coscienza.

In un apparente clima di leggerezza (appunto il “cocktail party”) si svolge il destino di quattro personaggi uniti da legami molto intrecciati  – un marito che non sa amare, una moglie che non sa farsi amare, l’amante di lei innamorato dell’amante di lui – che diventano via via sempre più speciali perché illuminati dalla presenza di tre figure, solo apparentemente banali: un’anziana signora pettegola, un uomo da salotto e un medico di anime, in veste di “ospite sconosciuto” , che si riveleranno invece come creature angeliche dedicate alla protezione e al risveglio dei protagonisti.

Il dramma si svolge continuamente su di un filo di rasoio, in cui parole, gesti e fatti (dai più volutamente banali e ripetitivi ai più originalmente profondi) aprono vaste zone di domande e di esperienze interiori, che noi tutti conosciamo almeno nel subconscio e di cui ognuno ha fatto esperienza, ma che i tempi moderni tentato di affossare per renderci vuoti manichini di noi stessi.

Eliot raggiunge in questo testo momenti elevatissimi e congiunge la sua voce a quella dei grandi, quali  i Tragici Greci, Shakespeare, Calderon della Barca, Pirandello, Proust, Virginia Wolf… e fa del teatro l’evento primitivo in cui lo spettatore da sempre è chiamato, insieme all’attore, ad effettuare un viaggio interiore, e a promuovere una catarsi.

Gli allievi del Corso di Formazione, pur non essendo attori professionisti, si sono cimentati in questa prova  artistica con grande entusiasmo ed ora hanno bisogno di un pubblico di amici che, con vero ascolto ed intensa partecipazione, li aiuti ad esercitare al meglio la generosa arte dell’attore, così simile all’arte del maestro, che, donando se stesso, diventa tramite dei pensieri di un genio.

Carla Greco